Lasciami entrare - altrimenti sanguino
- Spazio Eclettico
- 6 nov 2025
- Tempo di lettura: 7 min

C’è un tipo d’amore che nasce dal sangue e dal buio.
Non chiede di essere ricambiato: chiede di essere visto per quello che è.
È l’amore che non salva, ma apre porte, dimensioni.
È l’amore che lascia entrare. Ma, forse, non fa più uscire.
Il film svedese Lasciami entrare (Låt den rätte komma in, 2008) di Tomas Alfredson, tratto dal romanzo di John Ajvide Lindqvist, è una delle opere più crudeli e allo stesso tempo pure mai realizzate sull’infanzia, la violenza e l’identità.
È un film che sembra parlare di vampiri, ma in realtà parla della perdita della propria innocenza e del mostruoso che risiede in ognuno di noi. Un demone che scalpita per uscire allo scoperto, per essere visto, accolto, amato.
Il gelo come sfondo emotivo
La Svezia innevata di Alfredson non è solo un’ambientazione: è una condizione mentale.
È il silenzio dell’assenza, la sospensione del tempo, un luogo dove nulla cresce ma tutto marcisce dentro, lentamente. Una dolce e candida decomposizione dell'esistenza umana.
La neve copre ogni cosa, ma sotto il bianco immacolato fermenta il sangue, la fame, il bisogno di contatto. C'è qualcosa di feroce che pulsa sotto quella distesa bianca.
Oskar, dodici anni, vive immerso in quel gelo. È un bambino invisibile, quello che viene bullizzato, che sogna di vendicarsi ma non osa.
La sua voce non trova spazio, e allora la rabbia si trasforma in fantasia di potere e violenza, in un istinto oscuro che lo consuma.
Eli, apparentemente una ragazzina, entra in questo silenzio come un respiro caldo nel cuore della notte: ambigua, androgina, antica, famelica.
Quando Oskar le chiede di diventare la sua ragazza, Eli risponde dicendo “Non sono una ragazza". In quella frase c’è tutto ciò che il mondo non sa, o non vuole, nominare.
Gli adulti in questo film sono incapaci di vedere, mostrati nella loro superficialità disarmante. Deboli di spirito, annichiliti da relazioni disfunzionali.
E' un riflesso potente del ruolo che spesso assume la dimensione dell'infanzia nella società contemporanea. Invisibile, minimizzata, a tratti ridicolizzata in funzione di un mondo sempre più adultocentrico.
Il vampiro come archetipo dell’esclusione
Eli non è una “vampira” nel senso romantico del termine. È un simbolo.
Rappresenta ciò che viene espulso dalle logiche umane: la diversità, la fluidità, il rifiuto delle categorie. Un femminile, seppur rappresentato in modo acerbo e ambiguo, che desidera e segue il proprio impulso senza chiedere il permesso a nessuno.
È l’archetipo dell’essere liminale — né maschio né femmina, né bambino né adulto, né vivo né morto.
In lei tutto è sospeso, tutto è voracità, tutto è impossibilità. Ma c'è anche speranza, voglia di amore e di essere accolta per ciò che è.
Il vampiro chiede sempre il permesso per entrare in un luogo: non può varcare la soglia senza consenso.
E in questo film, la soglia è il corpo, l’anima, la relazione.
“Lasciami entrare” diventa allora la domanda più intima e pericolosa che si possa porre:
Mi lascerai entrare nel punto in cui potrei distruggerti e perdere me stessa?
È la stessa domanda che ci facciamo quando amiamo davvero.
La relazione che infetta
Oskar e Eli non vivono una storia d’amore classica, ma un reciproco contagio.
Il loro legame si costruisce nel silenzio, negli odori, nelle notti condivise.
Quando lui le offre il sangue, non è un gesto romantico, è un rito.
Un sacrificio che fonde due corpi marginali in un unico respiro. E' una richiesta di fusione, in un mondo che sembra non comprendere entrambi.
C’è in loro una forma di riconoscimento primordiale: due solitudini che si vedono per la prima volta e si legittimano a esistere.
Oskar non teme il mostro, perché il mostro è già dentro di lui — nella rabbia, nel desiderio di vendetta, nella fascinazione per la violenza.
Eli, dal canto suo, riconosce in Oskar un’umanità che ha dimenticato di avere, ma che in fondo possiede.
L’amore, qui, non guarisce: infetta.
Eppure, proprio in quella infezione, nasce una nuova forma di purezza.
L’infanzia come spazio del sacro e del profano
In Lasciami entrare, l’infanzia non è l’età della leggerezza, ma un varco tra due mondi: quello umano e quello animale. Quello puro e quello violento. Perchè, in fondo, crescere spesso è qualcosa di cruento.
Alfredson filma i corpi dei bambini come se fossero reliquie antiche, pieni di tenerezza e violenza insieme.
Il bullismo, il sangue, la solitudine — tutto converge in un’unica immagine: il momento in cui si smette di essere “bambini” e si scopre che la vita è un morso che apre una ferita da cui non smette mai di sgorgare sangue.
C’è una scena, nella piscina, in cui Oskar viene quasi affogato dai bulli. L’acqua diventa una placenta di morte, e quando il bambino riemerge, qualcosa in lui è cambiato.
È rinato. Ma non come umano: come complice di qualcosa di talmente oscuro che non riesce a comprendere pienamente. E' in quel momento che l'infanzia cessa di esistere.
La soglia, il corpo, la libertà
Eli vive in un mondo di soglie: quella della porta, della finestra, del sangue, del genere. Della vulnerabilità.
Ogni soglia è una violenza e una possibilità.
Non può entrare senza essere invitata, ma chi la lascia entrare perde qualcosa per sempre.
Come nell’amore vero.
Come nella conoscenza di sé.
Nella scena finale, Oskar viaggia in treno con Eli chiusa in una cassa.
Fuori, il paesaggio è bianco e onirico.
Dentro, la cassa pulsa: un cuore che batte, un segreto che divora entrambi.
È la rappresentazione perfetta dell’amore: un mostro che portiamo con noi, nascosto, vivo, affamato.
Un patto silenzioso con ciò che ci spaventa ma che dà un senso alla nostra esistenza.
Lasciami entrare dentro di te
Questo film non parla solo di due bambini innamorati.
Parla del punto in cui la tenerezza incontra la fame.
Parla di chi è cresciuto sentendosi diverso, inadeguato, invisibile.
Parla di chi desidera essere amato nonostante e attraverso la propria mostruosità.
Perché in fondo tutti, prima o poi, abbiamo provato quella sensazione di incertezza viscerale. Mi lascerai entrare nel tuo piccolo mondo nonostante i miei difetti?
E chi guarda Lasciami entrare, capisce che l’amore non è solo luce, ma una fame condivisa.
Un accordo tacito tra due solitudini che si riconoscono nel buio e condividono la stessa ferita.
L’amore, in questo film, non redime: rivela. Scopre. Denuda la carne violentemente.
E ciò che rivela, spesso, è ciò che non vorremmo mai vedere di noi stessi.
Post Scriptum — La purezza impossibile dei legami
Guardando Lasciami entrare si ha la sensazione di assistere a qualcosa che non esiste più: una connessione nuda, incontaminata, cruda nella sua semplicità. Libera da ruoli e da linguaggi prefabbricati.
Oskar ed Eli si incontrano in una dimensione in cui il sentimento non ha ancora imparato a mascherarsi. Si scelgono senza sapere cosa stiano scegliendo, si riconoscono prima ancora di capirsi. È un amore che non ha parole, e proprio per questo è autentico. Perché nasce dal bisogno, non dal calcolo; dal corpo, non dalla mente.
Oggi, invece, sembriamo incapaci di vivere relazioni così semplici. Abbiamo imparato a costruire intorno a noi strati di protezione: ironia, disincanto, narcisismo, prudenza, fuga. Ci avviciniamo agli altri con un linguaggio già addomesticato, infettato da traumi, come se la spontaneità fosse diventata un rischio che non possiamo concederci. Temiamo di apparire deboli, eppure nel tentativo di difenderci abbiamo smarrito proprio la parte che rende l’incontro vivo: la vulnerabilità.
L’intimità come rischio
In Oskar ed Eli c’è una forma di fiducia quasi sacrale. Non si scelgono per convenienza, per attrazione o per destino: si riconoscono nell'oscurità. Non c’è la pretesa di possedere, né di capire — solo di esserci, insieme, nel gelo della vita. È un patto silenzioso, dove la paura non è negata ma condivisa.
Oggi abbiamo dimenticato come si fa. Viviamo in una società che ci insegna a “gestire” le relazioni, a dosare l’intensità, a calibrare la presenza. Abbiamo trasformato l’amore in una questione di controllo, e l’intimità in un territorio da amministrare con cautela. Ma ogni forma di controllo è una negazione della fiducia. E senza fiducia, l’amore non è che una messa in scena educata della solitudine.
Essere visti senza dover spiegare
Eli non spiega nulla di sé. Non giustifica la sua voglia di sangue, non traduce la sua differenza, non chiede di essere capita. Eppure Oskar la vede, e questo basta. Forse è questa la forma più alta d’amore: essere visti senza essere interpretati.
Nel mondo reale, invece, abbiamo bisogno di continue spiegazioni: raccontiamo, giustifichiamo, educhiamo l’altro a come deve leggerci. E, allo stesso tempo, siamo ossessionati dal comprendere l'altro. Ma l’autenticità, quando arriva davvero, non ha bisogno di manuali. È un contatto pre-linguistico, una comprensione che passa dal corpo, dallo sguardo, dal silenzio. E proprio per questo ci spaventa: perché ci toglie le parole, e con le parole anche le difese.
Il bisogno di tornare primitivi
Lasciami entrare ci ricorda che l’amore autentico è sempre un ritorno all’essenziale. Non ha morale, non ha struttura, non ha definizione. È un incontro tra due esseri che si riconoscono nella loro incompletezza e decidono di non scappare.
Oggi confondiamo spesso l’autenticità con la trasparenza, ma sono due cose diverse: la trasparenza è esibizione, l’autenticità è presenza. Essere autentici non significa dire tutto, ma esserci interamente quando si è lì. Come fanno Oskar ed Eli, che non si promettono nulla, non si idealizzano, ma restano — nonostante la loro individuale mostruosità.
Forse è questo che ci manca: il coraggio di restare. Restare anche quando l’altro non ci rassicura, quando non lo capiamo, quando non possiamo salvarlo. Restare, perché nella sua ombra riconosciamo la nostra.
La soglia che ancora ci spaventa
“Lasciami entrare” è la frase che dà titolo al film, ma è anche il gesto più difficile di ogni relazione. Lasciare entrare davvero qualcuno significa accettare che possa scombinare le regole della nostra esistenza. Che possa vedere quello che nascondiamo anche a noi stessi.
Forse per questo oggi scegliamo legami che non arrivano mai nel profondo, che si fermano un passo prima, dove nessuno dei due trema ed è tutto tristemente prevedibile. Ma l’amore, quello vero, non accade mai nella sicurezza: accade nel pericolo. E ogni volta che diciamo “lasciami entrare”, firmiamo — consapevolmente o no — un patto di vulnerabilità reciproca.
Oskar ed Eli sono ciò che resta dell’amore quando cadono tutte le sovrastrutture: due corpi che si scelgono nel gelo, due anime che si riconoscono nella fame. Un ricordo di ciò che potremmo ancora essere, se solo smettessimo di proteggerci così tanto.




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