La macelleria dei cuori infranti
- Spazio Eclettico
- 13 ore fa
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Le relazioni dentro la casa degli specchi

C’è una cosa che mi irrita profondamente delle app di dating, e non è neanche la superficialitá. Quella ormai è il mobilio. Protagonista indiscussa di questa società. La superficialità è già dentro la stanza. Il problema vero è più subdolo: queste app non stanno solo peggiorando il modo in cui conosciamo qualcuno. Stanno portando a galla qualcosa che già esiste e non solo. Stanno riprogrammando i nostri circuiti neuronali come una lattina schiacciata sotto un anfibio Demonia. Stanno riscrivendo il desiderio a suon di cuoricini che illuminano lo schermo. Ti stanno insegnando a cercare esseri umani come si cerca un take away aperto a mezzanotte: filtri, opzioni, foto, rapidità, zero attrito, possibilmente consegna immediata.
E la cosa più grottesca è che molti chiamano questo libertà. Ma è veramente libertà ? O è solo paura travestita da interfaccia accattivante ?
Il dito compulsivo
Partiamo dal gesto. Il grande gesto contemporaneo. Il dito che scorre.
Destra. Sinistra. Sì. No. Carino. No. Troppo basic. No. Troppo serio. No. Troppo palestrato. No. Troppo bello, quindi probabilmente un narcisista che ha letto due pagine di Jung per rimorchiare meglio. No. Troppo brutto, ma magari simpatico. Però no lo stesso.
Questo gesto sembra ingenuo, e infatti lo è. Ma è anche pedagogico. Ti educa. Ti allena. Ti plasma. Ti abitua a guardare gli esseri umani come campioni da esaminare velocemente prima di buttarli nel carrello o nello scarico. Non stai più incontrando qualcuno. Stai facendo casting. Stai facendo controllo qualità. Come i miei gatti quando mi guardano pulire casa. Stai facendo selezione del personale, ma con la libido.
Siamo diventati funzionali. Il desiderio ha iniziato a ragionare come un algoritmo annoiato. Come il tuo amico ubriaco che il sabato sera si farebbe pure un lampione della luce. Ma almeno è vivo.
E quando il desiderio diventa funzionale, inizia a puzzare di morto.
L’altro non è più un incontro. È una scheda prodotti
Bauman, quando parlava di amore liquido, aveva già visto arrivare la tempesta prima che si vestisse da app con logo carino. Il suo punto non era che non sappiamo più amare nel senso melodrammatico del termine. Era che viviamo dentro una cultura che non tollera il peso della relazione. Vogliamo connessione senza gravità. Intensità senza conseguenze. Disponibilità senza responsabilità. Inizio facile, uscita facile, nessun incastro troppo profondo.
Le app sono il figlio perfetto di questa mutazione culturale. Prendono l’altro e lo trasformano in una scheda leggibile.
In uno stereotipo facilmente decifrabile. Non c'è spazio per la complessità umana. Foto. Bio. Hobby. Altezza. Segno zodiacale. Vuoi figli oppure no. Tracce di ironia prefabbricata partorita probabilmente da chat gpt. Un piccolo showroom dell’Io.
E dentro quel formato l’altro smette di arrivarti addosso come presenza e comincia a sfilare davanti a te come merce valutabile.
Un bel pezzo di carne che valuti e poi eventualmente scegli dal tuo macellaio di fiducia.
Questa è la vera porcheria.
Perché una persona, quando la incontri davvero, non è leggibile in trenta secondi. Una persona non è una confezione di hummus bio con la descrizione in etichetta. Una persona, se è viva, ha opacità. Contraddizioni. Parti sgraziate. Pause sbagliate. Zone che non si lasciano decodificare subito.
Ma il formato delle app odia l’opacità. Vuole che tutto sia trasparente, rapido, decifrabile.
Byung-Chul Han direbbe che siamo nella società della trasparenza, dove tutto deve essere esposto, leggibile, performante. Anche il desiderio. Anche il flirt. Anche il mistero, che però appena lo metti sotto una luce da supermercato smette di essere mistero e diventa marketing.
Il supermercato dell’infinito e il cervello che frigge
Barry Schwartz lo chiamava il paradosso della scelta. Più possibilità hai, meno sei contento. Più opzioni si aprono, meno riesci a scegliere senza sentire di aver sbagliato. È quasi comico quanto questa teoria si infili bene nelle app di dating come un coltello caldo nel burro rancido.
Perché il punto non è semplicemente che hai molta scelta. È che hai troppa scelta visibile. E quando la scelta è infinita, la persona concreta davanti a te viene automaticamente svalutata dal fantasma di tutte le altre persone possibili. Magari parli con uno e intanto sai che ce ne sono altri cento. Magari esci con una e intanto il cervello ti sussurra che forse ce n’è una migliore dietro il prossimo swipe. Magari una persona ti piace davvero, ma il sistema ti ha già insegnato che “davvero” è una parola da usare con prudenza, perché l’inventario non finisce mai.
Così il desiderio smette di atterrare. Vola basso, nervoso, elettrico, irrequieto. Si eccita ma non si consegna. Assaggia ma non gusta il sapore.
La scelta infinita non ti rende libero. Ti rende isterico.
La clinica dell’evitamento
Dal punto di vista psicologico le app sono un contenitore di stili di attaccamento disfunzionali. Un luna park dell’evitamento. Una palestra meravigliosa per chi vuole desiderare qualcosa senza rischiare troppo di essere toccato sul serio.
Bowlby parlava di attaccamento, certo, ma oggi basterebbe osservare due chat qualsiasi per vedere la teoria che gira con le gambe. Persone che si cercano e si ritirano, che aprono spiragli e poi spariscono, che desiderano la vicinanza ma appena sentono il peso reale della presenza iniziano a fare i contorsionisti emotivi.
Le app non creano tutto questo dal nulla. Però gli offrono l’habitat perfetto.
Se hai paura del rifiuto, puoi dosare l’esposizione.
Se hai paura dell’intimità, puoi erotizzarla a distanza.
Se hai paura del reale, puoi restare nella pre-camera infinita della possibilità.
Lì non devi attraversare una stanza. Non devi sentire il corpo. Non devi reggere il silenzio dopo una frase. Non devi vedere la faccia dell’altro quando non sa cosa dirti. Non devi tollerare il rischio umiliante di non piacere.
E qui viene il punto più ridicolo e più tragico: chiamiamo tutto questo “conoscersi”.
No. Questo è, molto spesso, un teatro dell’avvicinamento senza impatto. Una specie di simulatore di volo per sentimenti, dove tutti fanno i piloti ma nessuno vuole davvero decollare.
Lacan e il buffet dei morti di fame
Lacan, che di certo non si metteva a fare profili su Bumble, direbbe una cosa molto semplice e molto stronza: il desiderio non nasce dalla disponibilità infinita dell’oggetto. Nasce dalla mancanza. Dallo scarto. Da ciò che non puoi possedere del tutto. Da ciò che ti sfugge e proprio per questo ti attira.
Le app, invece, promettono il contrario. Ti dicono: guarda quanta roba. Guarda quante facce. Guarda quante possibilità. Guarda quanto accesso. È il buffet infinito dei corpi, dell'amore, del sesso. E noi lì dentro, come morti di fame emotivi, continuiamo a riempirci il piatto credendo che il problema sia la quantità insufficiente, quando in realtà il problema è che stiamo mangiando plastica.
Perché il desiderio non si nutre di accesso continuo. Si intossica. Si satura. Si deforma. Diventa reattivo, consumistico, paranoico.
Vuole sempre altro ma non vuole quasi mai davvero qualcuno. Vuole lo stimolo, il colpo di dopamina, la piccola conferma narcisistica, il match che ti dice “tranquilla, non sei invisibile”. E capiamoci, siamo umani, chi non ha bisogno ogni tanto di sentirsi desiderabile? Il punto è quando quella conferma sostituisce la relazione invece di precederla.
A quel punto non stai cercando un incontro. Stai facendo manutenzione all’ego.
Pornografia relazionale
Chiamiamola così, senza fare i timidi. Pornografia relazionale.
Non perché siano tutti porci, ma perché il meccanismo è simile: disponibilità continua, accesso rapido, ricambio costante, stimolazione facile, coinvolgimento profondo sempre rimandato a data da destinarsi.
Come il porno può deformare l’immaginario sessuale, le app deformano l’immaginario del legame.
Ti abituano a un regime percettivo in cui l’altro deve agganciarti in fretta, rendersi desiderabile subito, performare immediatamente.
Se no via.
Scartato.
Prossimo.
È una cultura del “convincimi subito o sparisci”. E questo è devastante, perché la vita vera raramente convince subito. A volte balbetta. A volte arriva male. A volte ti fa lo sgambetto e poi ti apre la porta. A volte non è fotogenica. A volte puzza un po’ di pioggia, di metro, di realtà.
Il reale non ha una strategia di marketing. Non ti promette nulla.
E proprio per questo, quando arriva davvero, spacca.
Il corpo, questo bastardo
Il corpo è il grande escluso e il grande vendicatore di tutta questa faccenda.
Perché nel reale il corpo manda tutto a puttane. Il tuo e quello dell’altro. C’è la voce, l’odore, la postura, la tensione, la goffaggine, la velocità del respiro, il ritmo con cui qualcuno occupa il silenzio. Cose piccole, non editabili, non traducibili in bio. Cose che online spariscono o diventano decorazione.
Il corpo ti espone perché ti rende presente. E la presenza non si controlla bene. Puoi controllare una foto. Puoi controllare una frase. Puoi controllare il tempo di risposta. Ma non puoi controllare del tutto la verità del tuo corpo davanti a un altro corpo. Ed è lì che molti vanno in tilt.
Le app ci hanno fatto credere che conoscere qualcuno significhi gestire bene una conversazione. Ma conoscere qualcuno è anche tollerare l’attrito della presenza. Il fastidio del non sapere. La tensione del possibile. L’imbarazzo. La carne. La realtà.
E questa roba qui, oggi, ci allena sempre meno.
No, non era meglio prima. Però almeno ci si sbucciava di più
Attenzione. Non sto facendo la nonna punk che rimpiange i bei tempi andati. Prima non era il paradiso erotico della sincerità. C’era merda anche prima, eccome. C’era immaturità, vigliaccheria, giochi di potere, uso del corpo altrui come sedativo personale.
L’umanità ha sempre trovato modi creativi per non amarsi bene.
Però c’era una differenza importante: c’era più allenamento all’imprevisto. Più esposizione al caso. Più possibilità di trovarsi davanti a qualcuno senza averlo pre-filtrato come un curriculum. Più margine per l’errore. Più tolleranza al disagio. Più esposizione al "piacersi a pelle".
Oggi invece siamo diventati piccoli manager dell’autoprotezione. Vogliamo ridurre il rischio, prevenire il danno, leggere i segnali in anticipo, capire tutto subito, evitare la figura di merda, evitare il rifiuto, evitare l’ambiguità, evitare il peso. Vogliamo una versione dell’incontro che ci faccia vibrare ma non ci scomponga troppo.
Il problema è che un incontro così non esiste. I veri incontri spezzano.
Siamo tutti immersi in questo sistema
La parte irritante è che questa critica non la faccio da fuori. Non sono l’antropologa gotica appollaiata su un cornicione che osserva l’umanità deteriorarsi e annota tutto con superiore distacco come Light Yagami. Macché. Ci sto dentro anch’io, in modi diversi. Anche senza passare la vita sulle app, quella logica te la porti addosso. Ti entra nel sangue. Ti insegna a controllare l’esposizione. A mostrarti quando sei leggibile. A desiderare l’incontro ma in una versione sufficientemente sicura da non dover perdere troppo sangue.
E invece l’incontro vero il sangue lo chiede. Non sempre tanto. Ma qualcosa lo chiede.
Chiede rischio.
Chiede presenza.
Chiede il coraggio di non essere già pronta.
Chiede di non sapere tutto prima.
Chiede di poter fallire.
Il punto è che io, come molti altri, quella tentazione la conosco bene: volere il contatto senza il contraccolpo. Volere l’altro senza il suo potere reale di destabilizzarmi. Volere il brivido, ma con l’uscita di sicurezza bene in vista.
Che è umano. Certo.
Ma non è innocente.
Perché restare sul bordo ti protegge, sì. Però ti sterilizza. Ti rende lucida, ma a volte anche un po’ morta. Ti evita certe ferite, ma ti evita pure certi incendi.
Sociologia da pub e filosofia coi tacchi rotti
Se metti insieme Bauman, Han, Lacan e pure un po’ di Giddens con la sua idea di relazione moderna continuamente negoziata, viene fuori una foto abbastanza impietosa: abbiamo trasformato il legame in un oggetto da gestire. Una pratica da ottimizzare. Un’esperienza da tenere sotto soglia. Vogliamo restare connessi ma non invasi, desideranti ma non troppo esposti, aperti ma non vulnerabili, scelti ma senza dipendere troppo dallo sguardo dell’altro.
In pratica vogliamo il miracolo: intimità senza destabilizzazione.
Spoiler: non esiste.
L’intimità destabilizza. L’eros destabilizza. L’incontro vero destabilizza. Se non destabilizza, spesso è solo compatibilità tecnica. Che va benissimo per scegliere un aspirapolvere, un po’ meno per sentirsi vivi.
La bugia elegante
La bugia più elegante che le app ci raccontano è questa: “stai ampliando le tue possibilità”.
Sì, sulla carta.
Nella pratica, spesso stai solo aumentando il numero di persone che puoi non incontrare davvero. Stai ampliando il catalogo, non la capacità. Stai accumulando accesso, non profondità. Stai tenendo aperta la porta del possibile per non dover entrare nella stanza del reale.
E questa cosa, detta brutalmente, fa schifo.
Fanno schifo le app quando ti insegnano che tutto è sostituibile.
Fanno schifo quando trasformano il desiderio in una slot machine.
Fanno schifo quando la solitudine diventa una partita a premi.
Fanno schifo quando l’altro viene trattato come un test rapido di autostima.
Fanno schifo quando ti convincono che il tuo problema sia trovare abbastanza gente, mentre magari il problema è che non sai più reggere davvero nessuno, nemmeno te stessa dentro uno scambio reale.
Fine del romanticismo? No. Fine della pazienza
Non credo che il romanticismo sia morto. Credo che sia stato sfrattato dai ritmi dell’iperstimolazione. Non è la stessa cosa. Non è che non vogliamo più amare. È che vogliamo farlo senza tempi morti, senza opacità, senza rischio di fallire.
Quello che resta
Quindi sì, continuo a pensare che le app di dating , siano una meccanica tossica travestita da opportunità. Non perché da lì non nasca mai niente di vero.
A volte nasce eccome. Ma culturalmente hanno fatto un lavoro sporco: hanno normalizzato la valutazione continua, la sostituibilità, il contatto senza impatto, la ricerca senza rischio, la presenza a bassa intensità.
E noi, come bravi animali moderni col cuore un po’ codardo e il cervello fritto dalla scelta infinita, ci siamo pure convinti che questa roba sia progresso.
A me sembra più una discarica ben illuminata.
Con qualche bella faccia sopra.
Qualche frase ironica.
Qualche promessa di possibilità.
E sotto, molto spesso, lo stesso vecchio terrore: essere visti davvero.
Perché alla fine è lì che casca l’asino, con tutta la sua dignità storta. Non abbiamo paura di non trovare nessuno. Abbiamo paura di trovare qualcuno che ci costringa a uscire dal catalogo, dal personaggio, dal controllo, dal bordo.
Qualcuno davanti a cui non puoi swipare.
Non puoi editarti.
Non puoi sparire senza lasciare un piccolo Horcrux emotivo sul pavimento.
E quella, purtroppo o per fortuna, è ancora l’unica zona in cui può succedere qualcosa di vivo. E si, anche se può sembrare uno slogan pubblicitario degli anni novanta, sarebbe bello spegnere i telefoni per un giorno e incontrarsi per davvero in qualche piazza della città.




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